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Il caso Tom Simpson

Mont Ventoux, 13 Luglio 1967. Una delle ultime immagini di Tom Simpson

13 Luglio 1967. Tom Simpson sul Mont Ventoux

 Non è necessario essere pazzi per salire sul Mont Ventoux. Ma bisogna essere pazzi per ritornarci.            (Antico proverbio provenzale)

La salita dal lato sud del Mont Ventoux era il piatto forte della 13° tappa del Tour de France 1967, da Marsiglia a Carpentras: qundici chilometri di ascensione con una pendenza fino al 15%. Il calvario sarebbe cominciato appena passata la cittadina provenzale di Bedoin, dopo 182 chilometri di saliscendi, e sotto i 42 gradi del caldo torrido di metà luglio.

Alle pendici della montagna la strada è ancora ombreggiata da una fitta foresta, che si dirada rapidamente per lasciare il posto alla macchia mediterranea. Finché tra gli ultimi cinque chilometri e i 1.912 metri della cima, domina un deserto sassoso come un paesaggio lunare, e talmente candido che a vederlo da lontano sembra il Fujiyama.

Eppure il Mont Ventoux non era la vetta più impegnativa di quel Tour de France, a cui si era deciso di far partecipare tredici squadre tutte rigorosamente nazionali, e tutte dell’Europa Occidentale. Appena due giorni prima, i ciclisti avevano affrontato le tappe alpine dall’altimetria più elevata, con i 2.556 metri del Col du Galibier e i 2.111 del Col du Vars. Lassù gli scalatori spagnoli, guidati dal veterano Julio Jiménez, avevano potuto sfoggiare i muscoli, senza però riuscire a scalzare dal podio il leader della corsa, Roger Pingeon.

Era arrivato così il giorno del Mont Ventoux, il Monte Ventoso, che coi suoi innumerevoli soprannomi altisonanti, come Il Gigante della Provenza, Il Monte CalvoLa Sentinella di ProvenzaIl Colle delle Tempeste, fino all’appellativo di Il Dio del Male coniato dal filosofo Roland Barthes nel 1957, si circondava da sempre di un alone mistico. Il Petrarca, primo tra tutti, aveva deciso di sfidarlo già nell’aprile del 1336, quando lo aveva scalato in compagnia del fratello Gherardo, spinto dall’intento di rievocare la sofferenza della via crucis, e incuriosito dalla fama sinistra propagata dalla gente del posto. E a proposito di questa fama, in una famosa lettera il poeta toscano, in veste di alpinista ante litteram, aveva annotato che, poco prima di arrampicarsi sul Ventosum, come si chiamava fino al medioevo:

Abbiamo trovato un vecchio pastore in una delle valli di montagna, che ha cercato, a lungo, di dissuaderci da la salita, dicendo che una cinquantina d’anni prima aveva, nella stesso ardore che hanno i giovani, raggiunto la cima, ma aveva avuto per i suoi dolori nulla, tranne la fatica e il rimpianto, e vestiti e il corpo dilaniato dalle rocce e rovi. Nessuno, per quanto lui o i suoi compagni lo sapeva, aveva mai provato la salita, prima o dopo di lui.   

Il Tour de France invece lo aveva scoperto in tempi relativamente recenti. E la prima ascesa portava la data del 22 luglio 1951, quando si era imposto il francese di origine greca Lucien Lazaridès. Quattro anni dopo sul suo altare era stata immolata la prima vittima sacrificale: il campione svizzero Ferdinand Kübler che, dopo avere tagliato il traguardo, si era accasciato sull’asfalto, stremato dal caldo e dalla fatica. Appena si era ripreso, aveva convocato una conferenza stampa per annunciare il proprio ritiro dalla vita agonistica, dichiarando ai giornalisti con una cospicua dose di auto-ironia:

Ferdi si è suicidato sul Ventoux.

Marsiglia, 13 Luglio 1967. Tom Simpson prima della partenza della tappa del Mont Ventoux

Marsiglia, 13 Luglio 1967. Tom Simpson alla partenza della tappa verso il Mont Ventoux. Foto AFP

Diversamente dal simpatico Ferdi Kübler, il ventinovenne Tom Simpson, inglese residente in Belgio, non aveva nessuna intenzione di fare harakiri. Col suo carattere estroverso, allegro e guascone, era perdutamente innamorato della vita, intesa soprattutto nei suoi aspetti più edonistici, come le auto sportive, le vacanze al sud dell’Europa (una sciccheria per l’epoca), e le femmes fatales, nonostante fosse già sposato con tanto di prole.

Nominato ”Sir” per meriti sportivi dopo la vittoria alla Milano-Sanremo del 1964, l’anno successivo aveva conquistato anche il titolo di campione del mondo a San Sebastián. Professionista fin dal 1959, dalla stagione 1963 correva per lo squadrone francese della Peugeot BP, anche se si vociferava di due squadre italiane, la Ignis e la Salvarani dei capitani Antonio Maspes e Felice Gimondi, fortemente interessate al suo ingaggio.

Tom Simpson preparava meticolosamente le proprie gare e la propria forma fisica, ed era un agonista per vocazione. Su quanto fosse importante per lui il successo professionale, la dice lunga questa sua battuta durante un’intervista del 1966:

Sono pronto a tutto pur di vincere. Anche all’ipnotismo.

Per un corridore tanto affamato di successo, la conquista del Tour de France avrebbe rappresentato il momento più alto della vita sportiva: più importante del campionato del mondo, più di ogni altra corsa a tappe, e più delle grandi classiche in linea. E Simpson voleva dimostrare a tutti di essere non soltanto un grande passista, ma anche un “uomo da Tour“.

Alla vigilia della tappa del Mont Ventoux stava dimostrando di esserlo a tutti gli effetti, dall’alto di una onorevolissima settima posizione in classifica generale. E la mattina di quel 13 luglio 1967, alla partenza nel centro di Marsiglia, con un caldo così soffocante da indurre gli organizzatori a distribuire foglie di verza da mettere sotto il cappellino a guisa di protezione, Tom Simpson si era svegliato di buon umore, tanto che aveva anche mimato una benedizione agli altri corridori, inzuppando quelle foglie con l’acqua minerale.

Fisicamente la sua condizione era meno incoraggiante. Già dalla salita del Galibier aveva cominciato a soffrire di una fastidiosa dissenteria che lo aveva sensibilmente indebolito. Anche strategicamente la situazione non era proprio l’ideale, visto che la sua squadra, la Gran Bretagna, era stata decimata dai ritiri nel corso della manifestazione, riducendosi ora ad appena tre unità oltre lui. Anche i tre gregari rimastigli accanto non erano in grado di fornire un grande sostegno, e solo raramente riuscivano a mantenere il contatto con i gruppi di testa durante le salite.

Dopo 137 chilometri, percorsi tutti sotto il sole battente e sotto il ronzio delle cicale che infestavano la Provenza a fare da colonna sonora, l’agenda della tappa aveva previsto un ultimo rifornimento a Carpentras, prima di scalare il Ventoux, per poi ridiscendere di nuovo nella stessa Carpentras dal versante opposto.

13 Luglio 1967. Tom Simpson sul Mont Ventoux

13 Luglio 1967. Tom Simpson sul Mont Ventoux

Del resto all’epoca non era permesso prendere acqua o cibo dalle auto delle squadre, e i gregari si precipitavano nei bar lungo il percorso a fare incetta di bevande. E proprio in un bar per la strada, come ha ricordato il giornalista del Guardian, William Fotheringham, nel suo libro “Put me back on my bike“, un gregario di Simpson, l’inesperto neo professionista Colin Lewis, oltre alla Coca Cola, aveva avuto la folgorazione di portare al suo capitano anche una bottiglia di cognac.

Il capitano era troppo assetato per dire di no. Secondo il racconto di Lewis, aveva afferrato spavaldamente quella bottiglia di cognac piena per un quarto, e ne aveva ingurgitato un’abbondante sorsata, prima di gettarla in un campo di girasoli.   

Il sole caldo di luglio, unito ai superalcolici, poteva generare già di per sé una miscela micidiale. Ma Simpson, dopo aver placato la sete, aveva estratto dalla tasca posteriore della sua maglietta di cotone (quelle sintetiche in poliestere erano ancora prossime a venire) uno dei suoi tre tubetti di anfetamine, e ne aveva ingerito una compressa.

Infatti, come ricorda il suo stesso gregario e compagno di stanza a quel Tour de France, il solito Colin Lewis, citato sempre nel libro di Fotheringham, due loschi trafficanti italiani di anfetamine (a quei tempi il nostro paese godeva dell’assai poco dignitosa reputazione di centro di smercio di queste sostanze) erano comparsi alla porta della sua camera d’albergo. Simpson li aveva accolti a braccia apperte, acquistando da costoro una scatola di Mickey Finns, come chiamava familiarmente le anfetamine, ad un prezzo di 800 sterline, una cifra corrispondente a più di dieci volte la paga mensile di un ciclista professionista di medio livello.

Appena il gruppo dei corridori era giunto ai piedi del Mont Ventoux era scattata la bagarre tra i migliori in classifica generale. Lo spagnolo Julio Jiménez, seguito come un’ombra dal francese Raymond Poulidor, aveva preso qualche preziosa decina di metri di vantaggio su un gruppetto formato dalla maglia gialla Roger Pingeon, Felice Gimondi, Franco Balmamion, l’olandese Jan Janssen, e a chiudere, un Tom Simpson in visibile affanno. Più dietro, la matassa dei corridori, compattissima fino a poco prima, aveva cominciato a sfilacciarsi in piccoli gruppetti sparsi.

Raymond Poulidor era uno scalatore puro, ma in quanto compagno di squadra della maglia gialla Pingeon non aveva collaborato con Jiménez per la buona riuscita della fuga. Anzi, aveva applicato alla lettera i fondamenti dell’ostruzionismo, e quando si alzava dal sellino, era solo per raggiungerlo, sorpassarlo e rompergli il ritmo. Il loro effimero vantaggio si era così inevitabilmente assottigliato, fino a venire riassorbito del tutto dalla reazione del gruppetto dei migliori, dal quale intanto Tom Simpson cominciava a perdere contatto.

L’ossigeno si era rarefatto man mano che si saliva in altura. Non c’erano già più alberi a riparare la strada dal sole, e solo le borracce, allungate dai più misericordiosi tra i quasi centomila spettatori sparsi per la montagna, potevano offrire qualche attimo di refrigerio. A dieci chilometri dalla vetta i sei uomini in testa, a cui si era appena aggiunto lo spagnolo Eduardo Castelló, sembravano scollinare con eleganza e disinvoltura, mentre l’andatura dell’inglese, già affaticata, si appesantiva inesorabilmente.

Mont Ventoux, 13 Luglio 1967. Tom Simpson riceve i primi soccorsi

Mont Ventoux, 13 Luglio 1967. Tom Simpson riceve i primi soccorsi

Simpson, in sempre più evidente difficoltà, era stato raggiunto da un altro plotoncino di cinque inseguitori, condotto dal francese Lucien Aimar, il vincitore del Tour dell’anno prima. Ma anche in questo gruppetto la sua permanenza sarebbe stata breve, e lo stesso Aimar testimonierà che prima di distaccarlo definitivamente:

Gli ho offerto una borraccia, ma lui non mi ha potuto sentire. Il suo sguardo era perduto nel vuoto. Eppure la cosa più strana era che continuava a tentare di superarmi. Io gli ho detto di non fare sciocchezze. Ma lui non mi ha nemmeno risposto.

I fatti raccontati da Aimar avvenivano a poco più di cinque chilometri dalla sommità del Mont Ventoux. Ed è a questo punto che la crisi di Simpson si era aggravata drammaticamente. In condizioni normali probabilmente si sarebbe ritirato, o almeno avrebbe notevolmente diminuito la propria andatura. Ma l’effetto delle anfetamine aveva reso il suo sistema nervoso insensibile alla fatica, mentre l’azione combinata del caldo torrido, del sole delle tre del pomeriggio, della rarefazione dell’ ossigeno a quasi duemila metri di altitudine, e di uno sforzo al di là dei propri limiti, lo stava distruggendo fisicamente.

A due chilometri e mezzo dalla cima le sue difficoltà si stavano tramutando in un dramma vero e proprio. Aveva cominciato a pedalare a zig-zag, e sembrava dovesse crollare sull’asfalto da un momento all’altro. Il suo fisico era sul punto di cedere di schianto, ma il cervello gli suggeriva di andare avanti ancora. Avrebbe continuato così per un altro chilometro, quando dall’auto della sua squadra sarebbero usciti i suoi secondi per soccorrerlo.

Ma Tom Simpson, ormai intorpidito dall’insolazione e dalle anfetamine, aveva intimato loro con un filo di voce e un tono apatico:

No, no.  Voglio andare avanti. Lasciatemi andare.

Gli uomini della rappresentativa britannica inizialmente avevano eseguito alla lettera gli ordini del loro capitano, e lo avevano lasciato continuare per alcune decine di metri ancora. Poi, quando si erano resi conto che aveva perso del tutto ogni lucidità, erano tornati sui loro passi, e lo avevano accompagnato sul ciglio della strada. Anche questa volta però, Simpson aveva continuato a ripetere ossessivamente:

On, on, on. (Avanti, avanti, avanti).

Il giorno dopo un giornalista del Sun e di Cycling Weekly, Sidney Saltmarsh, avrebbe scritto che le sue ultime parole erano state: “Put me back on my bike” (“Rimettetemi in sella“). Questa frase, ben più suggestiva di quella realmente pronunciata, avrebbe colpito l’immaginario degli appassionati di ciclismo di tutto il mondo, e sarebbe diventata l’icona della sua odissea.

Riportando lo sguardo sulla tragedia del Mont Ventoux, Simpson era stato steso sulla pietraia biancastra, a poco più di un chilometro dalla vetta. I soccorsi erano arrivati dopo circa dieci minuti. E il dottor Pierre Dumas, il medico ufficiale del Tour de France fin dal 1952, gli aveva praticato una respirazione bocca a bocca, prima di applicargli una rudimentale maschera d’ossigeno sul viso.

Mont Ventoux, Provenza. La lapide in memoria di Tom Simpson

Mont Ventoux, Provenza (Francia). La lapide in memoria di Tom Simpson

Mentre il campione inglese agonizzava sul margine destro della strada, un chilometro e mezzo più in alto, Julio Jimenez, dopo essersi finalmente sbarazzato dell’asfissiante marcatura di Poulidor, arrivava a tagliare per primo, e con più di un minuto di distacco sui più diretti inseguitori, il traguardo del Ventoux, in cui era posto il Gran Premio della Montagna. Il suo vantaggio però si sarebbe squagliato rapidamente nei venti chilometri di discesa a capofitto verso il traguardo finale di Carpentras, dove avrebbe vinto allo sprint l’olandese Jan Janssen.

I ciclisti in discesa dal Mont Ventoux non sapevano ancora nulla di quanto stava accadendo a Simpson, così come ignoravano che un elicottero lo stava trasportando d’urgenza all’ospedale di Avignone, cercando disperatamente di salvargli la vita. Ma ormai era troppo tardi, e una volta giunto all’ospedale i medici non avevano potuto fare altro che constatarne il decesso.

Un’ora dopo, nella sala stampa del Tour, in una chiesa sconsacrata di Carpentras, il dottor Dumas aveva letto il comunicato ufficiale della morte di Tom Simpson, aggiungendo che: “I medici hanno deciso di rifiutare il permesso alla sepoltura“.

Questo significava che si sarebbe dovuta effettuare un’autopsia per stabilire le cause esatte del decesso. Infatti, anche se la notizia non era ancora stata ufficialmente comunicata ai giornalisti, erano stati trovati i tre tubetti di anfetamine nella tasca di Simpson, ed immediatamente consegnati alla Gendarmerie. Il procuratore locale aveva aperto un’inchiesta, e quella notte stessa i tecnici al seguito della squadra britannica erano stati sottoposti ad interrogatorio. Anche la camera d’albergo dove Simpson soggiornava era stata perquisita, e la polizia francese vi aveva rinvenuto altre dosi di anfetamine.

Venti giorni dopo la tragedia del Mont Ventoux, il 2 agosto 1967 venivano resi pubblici i risultati dell’autopsia, secondo la quale le dosi di stupefacenti ingerite da Tom Simpson non erano state la causa diretta della sua morte. Questa veniva infatti imputata a una serie di fattori concatenati tra loro: il colpo di calore, lo sforzo fisico e la rarefazione dell’ossigeno, che avevano determinato un collasso cardiaco. Ma senza l’assunzione delle anfetamine, che avevano alterato la sua percezione della fatica e della sofferenza, tutto questo non sarebbe certamente avvenuto.

In quelle settimane la tragedia di Simpson e le immagini della sua morte, registrate dalle televisioni, avevano colpito profondamente non solo il ciclismo, ma l’intero mondo dello sport. I giornali europei avevano dato un grande risalto ai fatti accaduti sul Mont Ventoux. E per la prima volta nella storia si era cominciato a parlare di “lotta al doping“. Il vaso di Pandora delle sostanze dopanti era stato appena scoperchiato.

Un particolare ringraziamento a Francesco Monopoli e al suo “scatto di sport” del 6 ottobre 2008, al quale è ispirato questo articolo.

Fonti

“El Mon Ventouex, en la etapa Marsella-Avignon, fué el “Trafalgar” de los Españoles”, El Mundo Deportivo, 20/07/1955.
“Tour de France 67: 13ème étape Marseille-Carpentras”, Archivio RadioTelevisione Francese, 13/07/1967.
Juan Plans, “Tom Simpson halló la muorte en el Mont Ventoux”, El Mundo Deportivo, 14/07/1967.
“La dureza de la etapa del Mont Ventoux terminó con la muerte de Tom Simpson”, ABC, 14/07/1967.
“Adieu Tom Simpson”, Archivio RadioTelevisione Francese, 14/07/1967.
Jean Jacques Tillmann, “Une édition spéciale sur la mort de Tom Simpson”, TSR, 14/07/1967.
Juan Plans, “El recuerdo de Tom Simpson”, El Mundo Deportivo, 15/07/1967.
“Ha sido abierta una informacion para aclarar las causas de la muerte de Tom Simpson”, ABC, 15/07/1967.
Menendez-Chacon, “El «affaire» Simpson fue el tema principal de la jornada de descanso de ayer”, ABC, 15/07/1967.
“Dynamit geladen”, Der Tagesspiegel, 24/07/1967.
Alfonso Versnick, “La muerte de Simpson y su secuela”, El Mundo Deportivo, 03/08/1967.
José Antonio Blasquez, “Tom Simpson sufrio el Ventoux: «a tumba abierta», ABC, 03/08/1967.
“El agotamiento y el calor, unidos a la ingestion de estimulantes, causas de la muerte de Tom Simpson”, ABC, 03/08/1967.
Juan Plans, “¿Luz verde para los estimulantes?”, El Mundo Deportivo, 04/08/1967.
Juan Del Bosque, “Tom Simpson, «In Memoriam»…”, El Mundo Deportivo, 10/10/1969.
Carlos Pardo, “La maquina implacable tiene un corazon de hombre”, El Mundo Deportivo, 11/07/1970.
R. Torres, “Simpson: primer inglés que vistió el «maillot» arco iris”, El Mundo Deportivo, 18/08/1973.
Juan Plans, “Tom Simpson: la ambicion le costo la vida”, El Mundo Deportivo, 05/07/1983.
Mario Fossati, “Una tortura chiamata Ventoux”, Repubblica, 19/07/1987.
Javier de Dalmases, “Mont Ventoux: «Gigante-Asesino»”, El Mundo Deportivo, 20/07/1987.
Javier de Dalmases, “El gigante de la Provenza”, El Mundo Deportivo, 19/07/1994.
Elisabetta Rosaspina, “Nel ‘ 67 la tragedia di Simpson: sotto il sole feroce la prima ombra sul ciclismo”, Corriere della Sera, 24/07/1998.
Rino Negri, “Quel Ventoux amico di Gaul e ultima arena per Simpson”, La Gazzetta dello Sport, 23/10/1999.
Jon Rivas, “Amor y muerte en las pendientes del Mont Ventoux”, El Mundo, 13/07/2000.
Gianni Mura, “Il giorno del Ventoux: la montagna maledetta”, Repubblica, 13/07/2000.
William Fotheringham, “Put me back on my bike”, Yellow Jersey Press London, 2007.
Alun Parker, “Dark Hearth of Le Tour”, Daily Mirror, 07/07/2007.
Jörg Schallenberg, “Der Mann, der tot vom Rad fiel”, Der Spiegel, 13/07/2007.
Brendan Gallagher, “Tom Simpson haunts Tour 40 years on”, The Daily Telegraph, 13/07/2007.
Jens Bierschwale, “Tom Simpsons legendäre Fahrt in den Tod”, Die Welt, 13/07/2007.
Aldo Grasso, “Io, alle prese con la maturità vissi in tv lo choc del Ventoux”, Corriere della Sera, 03/07/2009.
Richard Moore, “British riders remember Tommy Simpson, a hero to some, to others the villain of the Ventoux”, The Guardian, 26/07/2009.

(Giuseppe Ottomano)

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4 commenti per Il caso Tom Simpson

  • Silvano Calzini

    Le immagini del calvario di Simpson sul Ventoux mi fecero una grandissima impressione all’epoca, ma ero un bambino. Era un corridore che mi era simpatico. Inglese, ed era già una stramberia nel ciclismo, uno che non vinceva molto ma le sue vittorie erano tutte di grande qualità. Se nno sbaglio la vedova si risposò qualche anno dopo con Barry Hoban che fu un altro discreto professionisrta inglese .

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  • paolo pietro zara

    …già,nel 1967 avevo 14 anni,solo mio padre e i miei fratelli più grandi seguivano il giro ed il tour;anche io negli anni successivi mi sono innamorato del ciclismo,purtroppo non sempre è stato uno sport pulito,è abbastanza assodato che la gran parte dei ciclisti (compresi i campioni)si doppavano,tanti giovani in quegli anni assumevano farmaci di ogni tipo (ed in vari sport,compreso il calcio).La cosa più triste è dover pensare di aver amato un mito sportivo che da parte sua rischiava spesso la propria vita per un pò di gloria e di soldi…

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  • bell’articolo, grazie

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  • SERGIO

    Tom Simpson, un très grand champion cycliste qui avait le gout de l’effort et de la gagne, il restera à jamais dans nos mémoires, celui de l’ange du Mont Ventoux qui vole au dessus des Tours de France.

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